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  1. Can’t fight the moonlight

    Ovvero: la nebbia a Milano.

    Nebbia in Val Padana. È una di quelle cose che l’omino del meteo dice quasi automaticamente.

    Ma a Milano città, la nebbia non si vede mica tanto spesso. Dieci anni che vivo qui e l’avrò vista - quante volte? - dieci al massimo.

    Ma ieri sera - ah, ieri sera! - ho camminato per un’ora con la testa fra le nuvole e i piedi anche.

    E poi ho incontrato un parco, che manco so che parco era, e lì c’erano lampioni che sembravano lune piene o soli di mezzogiorno. C’erano gli alberi delle fate e le statue che si amavano in segreto e c’erano le ombre di persone, che non saprò mai se le ho solo immaginate.

    Camminavo piano, tra strati di foglie secche morbide di nebbia, sentendomi un’intrusa, troppo reale e ben delineata per quel paesaggio d’ovatta.

    Non so quanto tempo sono stata lì. Ma tornare davanti alle strade, i semafori e i negozi chiusi non è stato come svegliarsi.

    Il bello della nebbia a Milano è che non c’è più niente di brusco. Per una volta tutto è lento, nessuno ha fretta. Quelle rughe nemmeno si vedono, signora mia. E il rumore dei tacchi si sente appena. I cellulari squillano, ma meno forte. Per una volta possiamo sfumarci i contorni ed essere chi ci pare.

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  2. The place to be

    Ovvero: il mio secondo primo giorno (nello stesso posto).

    Certi luoghi sembrano dei ritorni.

    In qualche caso - nel mio caso - lo sono per davvero.

    Ho cominciato a lavorare mentre frequentavo l’ultimo anno di università, sette otto anni fa. Il mio primo posto era un’agenzia appena nata, coraggiosa e adorabile.

    Ci siamo piaciute subito: avevamo tante cose in comune. L’entusiasmo, la voglia di essere creative (che ai tempi non era ancora una parolaccia), la voglia di metterci alla prova e un paio di tendine gialle.

    È passato tanto tempo, e un po’ siamo cambiate. Ne abbiamo passate tante, abbiamo visto alcune cose guastarsi, a volte abbiamo anche pensato di mollare. Ma ancora ci piace il nostro mestiere, e ancora ci piace passare del tempo insieme.

    Un’altra cosa che abbiamo ancora in comune è voler scommettere su noi stesse, di nuovo. Cambiare, quel tanto che serve a tenere alto l’entusiasmo e a essere “strategiche” (che non è ancora una parolaccia).

    Ed è bello e strano sentirsi di nuovo così. Di nuovo come anni fa.

    A casa.

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  3. Relax, don’t do it, when you want to go to it

    Ovvero: fare cose mentre si aspetta di farne altre.

    Subito prima di tornare in Italia, mi vantavo di quanto fosse bello non avere programmi, non sapere cosa avrei fatto il mese dopo, o fra un anno.

    Ne sono sempre più convinta.

    Tanta gente ha un’idea ossessivo-compulsiva della propria vita. “Ma come, non sai già con esattezza cosa-farai-dove-vivrai-quanto-guadagnerai il prossimo mese? Argh!” [rumore di cervello che esplode]

    Mi era capitato già prima di partire per NYC. Il fatto che non avessi una stanza in affitto o un lavoro stabile o una visione di lungo termine lasciava molte persone perplesse inorridite.

    Be’, signori, non sapere cosa sarà non vuol dire non fare niente per farlo accadere.

    Sperimentare, annusare, guardare in tutte le direzioni. È quello che sto facendo.

    Nel frattempo ho trovato un lavoro - temporaneo, ma entusiasmante - qui a Milano, cerco freelance per arrotondare, metto il naso in cose che non ho mai fatto ma che mi piacerebbe saper fare.

    Poi cerco scuole di pasticceria a San Francisco, mi iscrivo a un corso di meditazione, leggo libri sull’HTML.

    No, non sto sparando a caso. Faccio quello che mi piace, che mi incuriosisce. Continuo a fare colloqui, a cercare lavoro. Dove? Dove mi piacerebbe vivere. Cioè in almeno dieci posti diversi, al momento.

    E no, non mi interessa non sapere cosa succederà. Perché, alla fine, chi lo sa per davvero?

    Ho i miei progetti, i miei desideri, e poi ho i miei sogni. Vi sembra poco? A me no, quindi mi rilasso. E mi (af)fido.

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